Psicologia di massa del nazifascismo: quando il discrimine agisce nell’ombra senza memoria

Libro di W.Reich (1933), scritto a ridosso dell’avvento del nazismo in Germania, fu profondamente rivisitato.

Egli, quasi un secolo fa, evidenziava come fenomeni quali l’identificazione con un “capo”, l’esaltazione della famiglia tradizionale patriarcale e della “tradizione” in generale, forniscono rassicurazioni nella crisi sistemica che investe l’economia e la società periodicamente, fornendo linfa vitale alle organizzazioni fasciste nelle varie epoche.

La paura della libertà e la paura della propria responsabilità, l’invidia verso le persone “sane”, le attività perverse nel tema di una “sessualità ideale”, il sadismo fisico e morale, la propaganda al posto della libera informazione, erano giudicate conseguenze della “Peste Emozionale”.

Secondo lo scienziato queste persone “malate” avevano una forte tendenza a raggrupparsi in gruppi sociali dotati di una grande intolleranza,a ragionare per binomi (con me/contro di me) e nel tempo sviluppavano una speciale tecnica nella diffamazione altrui.

La terapia della Peste Emozionale poteva essere solo una:ristabilire la vita “naturale”, proiettata verso l’amore libero, unica forza in grado di liberare il mondo dalle nevrosi caratteriali e dalla peste emozionale nelle sue varie forme.

Considerando il fascismo dal punto di vista della psicologia di massa, ovvero di una psicologia informata dall’antropologia e dalla sociologia, che si ponga il fine politico dell’autogoverno, dell’”autonomia delle masse”, Reich offriva una soluzione che implicava prioritariamente l’ampliamento della prospettiva temporale: se la durata del capitalismo si misura in secoli, quella dell’imperialismo in decenni, la durata del patriarcato si misura in millenni.

C’è una definizione che mi risuona molto con i tempi moderni: “pandemia emozionale”.

Se sostituissimo alla parola virus il fenomeno della paura, e quanto questa, se bene inculcata, possa diventare strumento decisivo nella psicologia di massa, ecco che il discriminare, che nasce da un mancato dialogo tra parti in ombra senza memoria dell’inconscio, individuale quanto collettivo, ritorna.

Se vogliamo rompere questo circolo vizioso dovremmo cominciare dal basso, nella consapevolezza che il fascismo è dentro di noi.


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